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Women: new portraits

Milano ci ha regalato una mostra fotografica gratuita d’eccezione, tra l’altro in un posto veramente splendido: lo spazio Orobia. Questo spazio che ospita mostre ed eventi è una ex fabbrica e l’arredamento è veramente essenziale ma colpisce immediatamente. All’interno ha anche un angolo lettura con divani e un enorme tavolo in legno, dove si possono sfogliare e leggere libri di arte e saggi. Ve lo consiglio se siete da quelle parti approfittando di una mostra o di una visita o se visitate l’adiacente fondazione Prada, di cui parleremo un’altra volta.

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La mostra che andava in scena il mese scorso era di Annie Leibovitz, artista internazionale che con “Women new portraits” porta le sue foto in staffetta per tutto il mondo. Qualche settimana per ogni città.

Le foto sono splendide, emozionanti e ritraggono donne che hanno conseguito risultati eccezionali nei loro settori. Non ci sono solo le donne famose, anche se Annie è conosciuta per aver fotografato e raccontato le star di Hollywood e le dive delle passerelle.

 

 

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Visitando questa mostra si potrebbe leggere tra le righe un messaggio femminista ma secondo me è un inno alle persone, alla bellezza interiore delle persone.

Annie sdogana il genere considerato “femminile” e ci regala scatti che in un attimo ci fanno immaginare una storia e ritraggono la donna come un essere umano e unico al di là del genere a cui appartiene.

 

In passato il genere femminile, nelle società governate dai maschi, ha avuto meno possibilità di esser visto come essere umano completo.

La storia che ho letto sulla brochure di presentazione della mostra ha confermato ciò in cui credo e cioè che al di là del genere maschile e femminile, degli stereotipi, delle maschere che portiamo ogni giorno, siamo tutti essere umani, universali e unici.

Ed ecco la storia:

“Tra i popoli Khoi e San in Africa, tra i nativi d’America e molte altre popolazioni, le donne usavano erbe e sostanze abortive e il calcolo del tempo per decidere se e quando partorire. Facevano crescere o raccoglievano cibo, che era tanto importante per sopravvivere quanto la caccia maschile, onoravano divinità sia maschili che femminili, e parlavano lingue come il Luo o lo Yoruba, il Cherokee o il Bengali che non avevano pronomi di genere, né “lui”né “lei” e neppure ora ce l’hanno. Le persone erano persone. Che idea”.

…Che meraviglia!

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